SENIGALLIA - “AIME” - Sulle immagini di Roberto Zappacosta

“Aime, in francese, è una forma del verbo “aimer” (amare). Essendo un singolo verbo privo di sostegni sintattici, e in assenza di pronome personale, esso può esprimere un desiderio senza oggetto, un apprezzamento privo di referente. Le possibili letture brancolano nel regno delle ipotesi aggrappandosi a ciò che si sa dei riferimenti. Ma c’è ben poco di chiaro in queste immagini oblique, sgranate, analogiche, oniriche. Sembrano smaterializzarsi sotto i nostri occhi come rapidi flash della mente, impressioni e racconto dell’inquietudine, dello stato confusionale o del trapasso. I cimiteri sono un soggetto costante per Zappacosta, anzi potremmo dire che la sua produzione fotografica è dedicata interamente al culto dei morti. Illustri, in questo caso. Siamo a Parigi, al Père-Lachaise. C’è una donna raccolta sulla tomba di Marcel Proust. Un cielo e dei rami che si fondono in un sepolcro (quello di Jim Morrison, ma che potrebbe essere di chiunque). Ma siamo anche al Centre Pompidou e al Musée d’Orsay, con il celebre dipinto L’Origine du Monde di Gustave Courbet. I morti si celebrano in vita, così come i loro lasciti: le opere. Non esorcizza la “signora con la falce” assegnandole un corpo, piuttosto sembra cadere in trance fino a invischiarsi con essa. È uno stato dell’essere, come l’ispirazione. In questo senso Zappacosta è puro istinto. Non sta lì a fare la foto “bella”, lui si dissocia psichicamente. Non ha intenzioni ritrattistiche o di denuncia, lui perde la coscienza. Zappacosta – che evoca nei suoi scatti la presenza di questi grandi artisti – pare invitarci a chiudere gli occhi per vedere al di là del tempo, della coscienza e della continuità.”
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